Skianto: Filippo Timi rappresenta la disabilità al Teatro Parenti.

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Filippo Timi al teatro Franco Parenti. Il giorno 4 Dicembre abbiamo avuto la possibilità di vedere lo spettacolo “Skianto” dell’attore umbro che sta andando in scena da qualche tempo proprio nel teatro milanese. Attore eclettico, che nella sua carriera spazia dal teatro al cinema, dalla scrittura alla musica con famose partecipazioni in numerosi spettacoli, film e doppiaggi.

Lo spettacolo “Skianto” nasce anche da un’esperienza biografica e personale, che l’attore-autore ha voluto mettere in scena. Abbiamo avuto la possibilità di porgli alcune domande, in un incontro interessante e stimolante avvenuto poco prima della messa in scena.

Ecco la sintesi – non “letterale” – delle domande che gli abbiamo posto in un clima divertito e simpatico. Un’intervista quasi immaginaria, in cui abbiamo cercato di distillare le tante parole e le tante idee con cui ha risposto alle nostre domande. Ci perdoni Filippo, se nella risposta useremo la sua voce per riscrivere con parole però nostre ciò che ci ha detto:

 

Qual’è la differenza, secondo te, fra la recitazione cinematografica e teatrale? 

E’ completamente diverso.  Nel cinema ti trovi a recitare con 60 persone intorno, e sulla scena devi immaginarti tutto.. Per esempio se ti trovi a recitare in una cucina, questa inizia in un punto e finisce magari subito dopo. E successivamente si trova un altra scena.. Quindi tu che ti trovi lì a recitare, devi immaginarti tutto, anche quello che sulla scena non c’è. A teatro invece è tutto diverso.  Devi comunicare, trasmettere una sensazione di autenticità a chi ti ascolta.. e poi cambia l’impostazione della voce e la presenza scenica.

 

Quando fai parti molto diverse da te, a cosa attingi?

Tempo fa ho avuto una parte nel film di Gabriele Salvatores, “Come Dio Comanda” in cui avevo il ruolo parte di un padre nazista.. ed in una scena deve – quindi dovevo – picchiare il figlio. Io che faccio il nazista.. cioè va bene tutto, ma ti pare?? E quindi tre giorni prima ero lì che mi chiedevo “Ma io che devo dire? Come faccio a sembrare veramente nazista, a trasmettere cattiveria?” . E poi mi è venuto da attingere dalla paura.. perchè ho pensato, questo che mena il figlio, deve avere una paura che nasce dal fatto che secondo questa persona il mondo è cattivo,  e che quindi farà male al figlio. E quindi questo padre, che ha paura di tutto questo, arriva a menare il figlio.. proprio per far si che – nella sua mente, ovviamente – si fortifichi, che gli faccia vedere cos’è la vita.

 

Che ruolo ha la tecnica è per te nella recitazione?

Ma guarda la tecnica è una cosa che c’è, ma che non devi far vedere. Perchè io quando recito, per esempio quando faccio il Riccardo III che è un ruolo proprio.. cioè è il clou, cioè che sei veramente cattivissimo.. Ecco io lì devo far si che le persone che mi vedono pensino ” Ma che figlio di … che è sto Filippo Timi!” e non far vedere quanto sono bravo a far la parte e far pensare “Oh.. ma come la fa bene la parte del cattivo”. La tecnica è importantissima.. ma non la devi far vede’.

 

Lo spettacolo a cui  abbiamo assistito ci ha molto fatto discutere e suscitato le più diverse emozioni. Alcuni di noi non hanno apprezzato quella che gli è parsa essere una certa volgarità del linguaggio. Che però altri hanno interpretato come forte e giusta provocazione a rappresentare la situazione messa in scena. La rappresentazione di una condizione esistenziale, che trae spunto dall’handicap fisico della cugina di Filippo, nata con la calotta cranica chiusa. Ma più che focalizzarsi su una condizione fisica e reale, Filippo sceglie di buttarla – provocatoriamente, con rabbia e audacia – sull’altro. E cioè su chi guarda al protagonista dell’opera, che si chiama – forse a caso ma forse no – Filippo. Filippo che viene definito piuttosto che definirsi. Che non viene capito e viene pettinato con i capelli a “scodella” ( “E  vabbè che sono handicappato.. ma pure si capelli de M… me dovevi fa’??”) e viene vestito da mini-pony al suo compleanno, i cui genitori troppo preoccupati – ma forse sarebbe più corretto dire spaventati – lo vedono solo attraverso i loro occhi, le loro lenti e le loro categorie che gli fanno dire “ho un figlio handicappato”.  Uno spettacolo che al di là del gusto e del piacere personale, ci ha fatto discutere e senz’altro ci ha fatto pensare, riflettere, sentire. Un discorso sulla diversità sia essa di tipo fisico psichico o sociale. Un discorso sull’ignoranza, sul pregiudizio e sulla paura. Movimenti escludenti – sia verso gli altri che se stessi – su ciò che è diverso da noi.

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